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25 novembre 2020

Chi è un duce?

Un redivivo PIA mi ha fatto due domande relative alla famiglia Mussolini.
La prima era, perchè Benito Mussolini venisse chiamato "Duce", scritto con la D maiuscola. Per la lettera maiuscola non ho trovato niente e non ho la minima idea. Già in latino era scritto con la maiuscola.
Per il perchè bisogna andare ad indagare nel Latino e nel Greco. Potrà sembrare strano, ma le parole duce, duca e doge hanno la stessa origine.
Nell'antica Roma una persona che avesse compiuto delle gesta gloriose, riceveva il titolo di "dux". Dopo Diocleziano diventò una carica istituzionale. Durante l'Impero d'Oriente fu tradotto in Greco δουξ (doúx). Dall'accusativo di questa parola deriva la voce italiana"Duca".
Nella Repubblica Veneziana o nella Repubblica di Genova diventerà "Doge", ma sempre con il significato di "condottiero" o "colui che guida".
Dato che Mussolini asseriva che lui avrebbe "condotto" l'Italia alla gloria dell'impero, ad essere la prima tra le prime, si appioppo il titolo di "Duce".
Nel periodo fascista la parola era usata per antonomasia e per culto della personalità del dittatore.
Questo titolo fu dato anche a Garibaldi, nel Risorgimento, a Vittorio Emanuele III e a D'Annunzio, durante la Prima Guerra Mondiale.
Questa voce la troviamo anche sulla teologia cattolica, spesso con il significato di "Custode".

18 maggio 2020

Perchè si dice: "Modus vivendi"?

Nel post “La noia” scrivo citando le maniere di dire “Modus vivendi” e “Tran tran”. Non l’avessi mai fatto! Si è scatenata la rivoluzione nel popolo dei lettori! La madre 36 ed un calcio in culo, mi ha accusato di vuol pesare il “Cultural divide” tra chi sa il Latino e chi se ne è fregato.
A me sa che il cultural divide è tra i genitori ed i ragazzini, dato che le domande di chiarimento sono arrivate tutte da adulti sessantottini e figli dei fiori e poi, chiariamo, tran tran è italiano!
Oggi parliamo di modus vivendi che è nient’altro che il raggiungimento di un punto di equilibrio tra due opposti punti di vista.
Per avere idee più chiare scomodiamo di nuovo il Dizionario Treccani.

Modus vivendi locuz. lat. mod. (propr. «modo di vivere»), usata in ital. come s. m. – 1. Accordo stabilito provvisoriamente fra due parti in contrasto e fatto di reciproche concessioni (o anche una tacita intesa fra due o più persone), per eliminare i motivi di attrito e permettere lo svolgimento di normali rapporti: cercare, trovare, raggiungere un modus vivendi. 2. Nel diritto internazionale, accordo di carattere provvisorio e sommario, destinato a regolare una determinata categoria dei rapporti fra due stati o una speciale questione pendente fra di essi, in attesa che sia concluso l’accordo definitivo e particolareggiato, che dovrà sostituire quello già esistente e scaduto, ovvero che dovrà regolare ex novo la materia di cui si tratta.

E qui il solito salterà a dire che noi Italiani ne siamo dei campioni di modus vivendi, special modo a Napoli, aggiungo io.

18 aprile 2020

Che cosa significa c.v.d.?

Come al solito, ci risiamo a sindacare su cosa ci sia di misterioso dietro un acronimo, nel caso particolare “cvd”. Come al solito ci è arrivato in lascito dal Latino. Il Latino “quod erat demonstrandum” a su volta derivava dal Greco “hóper édei déixai”, che in Italiano suonano come “Quanto c'era da dimostrare”.
La versione in Greco era, spesso e volentieri, in bocca ad Euclide e Archimede, ma della versione in Latino non ho trovato utilizzatori. Nel periodo fascista si è tentato di cambiarlo in “cdd – Come Dovevasi Dimostrare”, variante caduta miseramente nel dopo guerra. Questa versione veniva usata ancora negli anni '60, nelle lezioni di matematica delle scuole che usavano il Metodo Montessori.
La scrittura in minuscolo senza punti è di pura estrazione giornalistica. La maniera corretta sarebbe, in minuscolo o maiuscolo non importa, con i puntini dopo le tre lettere.
L'utilizzo classico è alla fine di una dimostrazione di un teorema di matematica, che, quando si arriva al risultato, è uso scrivere “C.V.D.”.
Nell'Italiano parlato o giornalistico, l'acronimo non viene usato, e la frase ha un significato ironico, quasi di parodia, quando viene riferito un risultato non felice di un'azione. In genere viene utilizzato contro qualche esponente di governo o di un board aziendale, quando viene scoperta qualche cazzata.


Bibliografia:

01 ottobre 2019

Ius primae noctis

Un altro aiuto per i compiti dei PIA in difficoltà. Ad una ragazza appartenente al gruppo di Marco e Cheng, ha ricevuto l'incarico di trattare lo ius primae noctis. Assidua lettrice da tempo, si e' ricordata che in un post avevo citato questa usanza medioevale.
Come al solito mi tocca contestare l'insegnante. Come si fa a dare una ricerca a sfondo sessuale ad una ragazzina di 14 anni? Vabbe che i millenium sono più scantati di quanto lo fossimo noi, anche se figli del '68.
Per iniziare diamo una grande delusione ai lettori pruriginosi, lo ius primae noctis come la cintura di castità e' una fake news storica. In nessuno dei due casi ci sono delle prove chiare per dimostrare che non siano solo una leggenda.
Tutti i due casi sono da far risalire allo stato di bieca sudditanza delle donne medioevali, che erano la proprietà di un uomo che ne aveva il potere di vita e di morte.
Partiamo consultando l'Enciclopedia Treccani.
ius primae noctis ‹… prime …› locuz. lat. (propr. «diritto della prima notte»), usata in ital. come s. m. – Diritto (la cui storicità è molto discussa) che avrebbero avuto i signori feudali (spec. nei sec. 11°-13°) di trascorrere la prima notte di nozze con le mogli dei propri sudditi, sostituendosi ai legittimi mariti o di esigere da questi ultimi, in alternativa, il pagamento di una tassa o la prestazione di un servizio.
Ciò significa che la futura sposa medioevale invece di passare la sera prima del matrimonio ad una festa di addio al nubilato, se la doveva vedere con il signorotto locale. Veramente anti femminista. 
Lasciamo perder gli usi della Mesopotamia all'epoca di Gilgamesh o del Tibet nel XIII secolo. Pensiamo solo all'Europa di quell'epoca.
Tutto nasce nel XV secolo quando si incomincia a studiare le condizioni di "sopravvivenza" dei servi della gleba. Questo stato sociale era una forma di schiavitù legalizzata. Un essere umano legato da un vincolo di proprietà al feudatario, come le terre che coltivava. Quindi soggetto ad una sorveglianza totale della sua vita sociale, anche nel matrimonio. Cosi per sposarsi doveva chiedere l'autorizzazione al signore al potere su quelle terre. Questo poteva chiedere una mercede per dare questo permesso.
La sudditanza totale dei servi della gleba, ha indotto nell'errore qualche studioso, che ha ritenuto la concessione di attentare alla verginità della sposa, possa essere la massima espressione di questa subordinazione.
Per buon peso un filosofo scozzese Hector Boece, nel XVI secolo, scrisse di un editto del re Evanio III che decretava:
“Il signore delle terre può disporre della verginità di tutte le ragazze che vi abitano“
Peccato che in Scozia non sia mai esistito un re Evanio III. In qualunque caso Santa Margherita di Scozia avrebbe commutato il diritto, in una tassa chiamata "Merchet".
La civilissima Svizzera aveva una legge simile che permetteva al feudatario di esigere il pagamento in natura o in contanti. Gli importi in ballo erano cosi esigui che chiunque si poteva permettere il pagamento cash.
Nel XIX secolo si arriva alla sicurezza dell'infondatezza dell'usanza. Non si sono mai trovati documenti sulle sanzioni propinate alle coppie che non sottostavano o su come avvenisse l'esercizio di questo diritto. Nel contempo non si e' riscontrato aumenti anomali di figli illegittimi o malattie veneree.
La storica francese Regine Pernoud e' riuscita a dimostrare solo delle sanzioni pecuniarie, a carico del servo che, a seguito del matrimonio, si fosse trasferito in un altro feudo, cosi che il "droit du signeur" fosse un mero passaggio di soldi.
Concludo asserendo che e' solo qualcosa per romanzi o film. Lo ritroviamo in Braveheart, Le nozze di Figaro o Le Cronache del ghiaccio e del fuoco.


Bibliografia:

19 aprile 2019

INRI

In partenza chiariamo che il post viene pubblicato postumo alla sua redazione. Difatti e' stato scritto a Natale, ma allora si era in Avvento e non in Quaresima. Dato che si parla di qualcosa che faceva parte della croce di Cristo ho ritenuto che fosse più un argomento da trattare nel periodo pasquale.
Nel Diritto Romano era obbligatoria una giustificazione pubblica, del motivo per cui una persona venisse condannato a morte. Nel caso di una condanna a morte a mezzo di crocefissione la causa veniva scritta su di una pergamena o tavoletta di legno, affissa sopra la testa del condannato ed era chiamato "Titulus crucis".
L'iconografia non ci aiuta a sapere se il titulus crucis della crocefissione di Gesù Cristo fosse in pergamena o in legno, ma la storia ci dice che questo tetragramma (latino) non fosse solo. Vi erano altre due righe, altri due tetragrammi. uno in Greco ed uno in Ebraico.
Il tetragramma in Ebraico sollevo le proteste della popolazione ortodossa e dei Grandi Sacerdoti che si recarono da Ponzio Pilato, che li liquido con la frase: "Quod scripsi, scripsi" (Ciò che ho scritto, ho scritto).
L'Enciclopedia Treccani, a proposito del tetragramma latino, scrive:
INRI -  Iniziali dell’iscrizione Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, «Gesù Nazareno Re dei Giudei», che, secondo i Vangeli, fu fatta mettere da Pilato, per dispregio, sulla croce di Cristo, in tre lingue (ebraico, greco, latino).
Ma perché gli Ebrei protestarono a riguardo del tetragramma nella loro lingua?
La ragione storica e' che il titulus crucis definiva Gesù Cristo come Re dei Giudei, e' noto lo scambio di battute tra il Cristo e Pilato. La popolazione contestava questo, asserendo che lui si fosse proclamato re, pur non avendo un investimento popolare.
Studi postumi hanno dato una giustificazione ben differente. Leggendo il tetragramma in Ebraico in una maniera corretta, cioè da destra a sinistra ed aggiungendo le vocali che non vengono scritte, si ottiene il tetragramma biblico, il nome impronunciabile del Signore Dio.
Involontariamente Pilato realizza la profezia che troviamo in Giovanni (8,28):
Disse allora Gesù: "Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono".
"Io Sono" e' il nome che Dio ha rivelato a Mosè:
Dio disse a Mosè: "Io sono colui che sono!". Ed aggiunse: "Così dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi”.
Esodo (3,14)

Il tetragramma "YHWH" chiude il cerchio. La popolazione, dopo aver voluto la crocefissione (avrete innalzato), saprà chi fosse veramente Gesù Cristo, perché qualcuno lo scriverà sulla croce.

Come al solito una trattazione in poche righe di un argomento complesso. Vi consiglio di consultare tutti i link che ho posto nel testo e le due pagine in bibliografia


Bibliografia:

24 dicembre 2018

Perchè si dice: "in secundis"?

Io ho sempre pensato che "In secundis" fosse una storpiatura alla Toto, in uso ai commissari di polizia, dato che la avevo sentita da Montalbano o Di Pietro. Indagando ho scoperto che questa locuzione latina esiste davvero. Poco usata nel Latino Classico, ma molto più diffusa nel Latino Volgare usto dai legulei del primo Medio Evo.
Il significato italiano e' "In secondo luogo" e va in contrapposizione alla locuzione più conosciuta "In primis". Di forma meno elegante rispetto ad "in primis", viene usata prevalentemente nel linguaggio dei commissariati e da avvocati di secondo livello che si vogliono dare delle arie.

25 novembre 2018

SPQR - Errata corridge

Devo fare una correzione al post di ieri. Stamani sono andato In caffetteria con un mio amico, profondo conoscitore delle opere di Goscinny. Davanti al cappuccino con la brioche appena sfornata, ci siamo messi a parlare di Asterix ed amici. In questo scambio di opinioni ho scoperto che la battuta "Sono Pazzi Questi Romani" è stato coniato da Marcello Marchesi, che è stato uno dei traduttori italiani delle avventure di questi Galli.

24 novembre 2018

SPQR

La mamma maturità 36 ed un calcio in culo ha colpito ancora! La signora mi ha chiesto il significato corretto di questo acronimo, dato che lei ne conosceva uno diverso da quello, dato dall'insegnante di storia del figlio.
Forse la nostra amica ha visto troppi film con Asterix ed Obelix. Difatti il significato "Sono Pazzi Questi Romani" è stato inventato da Goscinny e Uderzo, solo con scopi comici.
Il significato dato dalla professoressa è quello giusto e storico. "Senatus PopulusQue Romanum" si traduce come "Il Senato ed il Popolo Romano" e vuole indicare le due classi romane, i patrizi ed i plebei.
Vi è anche una versione non ufficiale in cui il significato dell'acronimo diventa "Senatus Populus Quiritium Romanus", tradotto come "Il Senato ed il Popolo dei Quiriti Romani". Questa versione è abbastanza classista in quanto cita solo i Quiriti, cittadini romani che godevano dei pieni diritti civili, politici e militari.




Bibliografia:

01 ottobre 2018

Perrche si dice:"Conditio sine qua non"?

La traduzione letterale in Italiano è "condizione senza la quale non si può verificare un evento", usato nel lessico giuridico ed in matematica.
"Conditio" è la grafia in un tardo Latino usato nel Medio Evo. Nel Latino classico, quindi la grafia corretta, è "Condicio". Quando mi è stata posta la questione, pensavo ad una storpiatura indotta dalla persona che mi aveva interpellato, ma dopo un'indagine approfondita ho scoperto che era, diciamo, corretta in ogni caso.
Ci sono anche dei chiari esercizi di latino maccheronico, fatti da personaggi pubblici. Il caso più conosciuto è quello del presidente storico del Bologna Calcio, Renato Dall'Ara, che si esprimeva in questa maniera: "E si ricordi per ogni evenienza sine qua non, siamo qua noi!". Il giornalista Paolini tuttora lo prende in giro, chiudendo i suoi programmi radiofonici con la stessa frase.
Al tempo del "Compromesso Storico" veniva usato ed abusato dai politici della Democrazia Cristiana contro il Partito Comunista d'allora che, a sua volta, lo rispediva al mittente
Tornando agli usi attuali, in matematica indica una condizione necessaria e sufficiente perché un teorema o un enunciato sia verificato.
In giurisprudenza penale indica una situazione di causa / evento, senza cui non sarebbe avvenuto un evento delittuoso.
In giurisprudenza civile indicano che in assenza di certe condizioni, un contratto è nullo.
Nel mio caso si può enunciare in questo modo: "Se non vado all'Eurospin di Bareggio, i PIA non possono farmi domande".
 

17 settembre 2018

Perché si dice: "Cui prodest"?

Ieri stavamo parlando con amici di alcune azioni fatte dal nostro governo. Ad un certo punto rispondo ad uno dei miei interlocutori, dicendo "Cui prodest". Mi hanno guardato come si guarderebbe un marziano, senza sapere cosa volessi intendere.
"Cui prodest" significa "A chi giova" ed è tratto dalla Medea di Seneca, che ai versi 500 / 501 scrive: "Cui prodest scelus, is fecit", cioè "il delitto l’ha commesso colui al quale esso giova".
 Quindi l'intento latino è retorico, perché la risposta è scontata. Nelle arringhe gli avvocati lo usano con il significato originale per introdurre una considerazione o una prova. Tantevvero che Cicerone ne fece un plagio in uno dei suoi discorsi.
In Italiano è una domanda interlocutoria, in cui si cerca di capire o far capire, chi possa trarre vantaggio dall'azione e dalle sue conseguenze.
Nelle ricerche investigative indica la scoperta di un movente che possa giustificare un'azione delittuosa o l'attore del fatto.
Ora come ora, i nostri politici lo usano senza sapere l'esatto significato facendo la figura di incolti.
 

13 agosto 2018

Perche si dice: "In primis"?

I poveri PIA che di latino ne sanno una mazza, leggendo i post dove ho messo delle citazioni, rimangono con dei dubbi su cosa intendesse dire. Così non rimane che scrivermi chiedendo spiegazioni.
Oggi trattiamo la locuzione "In primis", che in Italiano significa "Tra le prime cose", con l'intento di dare una prevalenza tra due azioni o concetti. Dato che è qualcosa da arte oratoria, viene usata dagli avvocati nelle arringhe dei processi. Anzi questi signori calcano la mano aggiungendo "et ante omnia" (e  prima di tutto).
Non sono riuscito a capire chi sia l'oratore che la abbia usata per prima, forse il solito Cicerone, ma chi usa la storpiatura "In secundis" è noto. Questa locuzione in Latino maccheronico è ampiamente usata da Totò, Antonio Di Pietro e dal Commissario Montalbano.
In primis viene usata al posto dell'avverbio "Innanzitutto", per attirare l'attenzione della controparte sulla importanza di un qualcosa da fare tassativamente per prima. Ne dà quasi un obbligo a compierla per prima oltre a rimarcarne l'importanza.

08 gennaio 2018

Perché si dice:"O tempora, o mores"?

Arringa di Cicerone al Senato
Come al solito i PIA mi hanno tirato le orecchie. Non solo gli insegnanti parlanti latino, ma anche il Giangi. In un post di circa due mesi fa, di cui non ricordo il titolo, commentai qualcosa con questa frase di Cicerone. Dopo ripetute richieste di chiarimenti, spiego l'origine ed il significato.
Marco Tullio Cicerone Senatore e censore della depravazione dei costumi romani, usò questa frase in varie orazioni contro Verre e Catilina.
In Italiano il significato è: "Che tempi, che costumi". In tempi medioevali fu aggiunto un punto esclamativo ed in tempi più moderni, nella versione italiana, fu sostituita la virgola con una e. Cosi la traduzione maccheronica suona come: "Che tempi e che costumi!".
In Italiano ed in altre lingue moderne, la frase viene utilizzata con tono ironico, per censura del malcostume o comportamenti non proprio ortodossi, ma anche contro attività svolte in maniera non proprio consone alla regola d'arte.
Il Vocabolario Treccani scrive:
O tempora, o mores! ‹... tèmpora ...› (lat. «o tempi, o costumi!»). – Celebre esclamazione di Cicerone, da lui ripetuta in varie orazioni (la prima volta nelle Verrine) e divenuta proverbiale per rimpiangere le virtù passate e deplorare la corruzione imperversante nella propria epoca: oggi è spesso ripetuta in tono scherzoso o bonariamente polemico.


Bibliografia:

26 dicembre 2017

La benedizione apostolica "Urbi et Orbi"

Il nipotino del mio amico è incappato nel Latino, che, a 7 anni, ovviamente non conosce. La locuzione latina incriminata non invita il Papa a benedire i ciechi, ma a benedire la città di Roma ed il mondo intero.
Il significato letterale è: "All'Urbe ed all'Orbe", in italiano suona come: "Alla città di Roma ed al mondo intero". Il sostantivo "urbe" deriva dal latino urbs urbis, che significava città e, se scritto in maiuscolo, sottintendeva la città di Roma. Questo significato è stato ripristinato nel periodo fascista, per indicare la città e la provincia di Roma. Oggigiorno è rimasto per indicare qualcosa presente nei Municipi di Roma (p.e. i monumenti dell'Urbe). "Orbe" dal Latino orbs orbis significava cerchio, circonferenza, per traslato la Terra, che si riteneva piatta (p.e. orbe terracqueo). Nel tardo Latino prenderà il significato di universalità (p.e. orbe cattolico = universalità della Chiesa Cattolica).
L'Enciclopedia Treccani scrive a riguardo:
Urbi et orbi - Formula («a Roma e al mondo») usata in particolari decreti delle Congregazioni romane o in solenni benedizioni pontificie per indicare che sono rivolti non solo alla città di Roma di cui il papa è vescovo, ma a tutto il mondo cattolico.
Questo tipo di benedizione viene impartita dal Papa neo eletto ed all'Angelus di Natale e Pasqua, dalla loggia centrale della Basilica Di San Pietro. Non mi dilungo sulla liturgia e come lucrare l'indulgenza, che potrete trovare sulla pagina Wikipedia, insieme alla trattazione storica.

Per la serie "Perche si dice..." trattiamo l'espressione "Dire ad urbi ed orbi". In pratica è un pettegolezzo o una notizia che è stata diffusa capillarmente, facendola sapere a tutti. E' sinonimo di "Dire ai quattro venti".


Bibliografia:

01 dicembre 2017

Par condicio

Ieri un PIA di prima generazione mi ha chiesto perché i genitori dicano che se si va mangiare da una nonna, per par condicio, sia necessario andare a mangiare anche dall'altra nonna.
Alla domanda, l'insegnante d'Italiano ha risposto che la "par condicio" è una legge che costringe gli operatori televisivi, a dare lo stesso spazio a tutti i partiti politici.
Il ragazzino obbietta che le nonne, sino a prova contraria, non si sono ancora costituite in partito politico. Che i genitori si siano espressi in maniera non propria?
Ci manca solo che alle prossime elezioni ci sia da votare per il Partito di Nonna Bianca o per il Movimento di Nonna Vittoria! Come al solito tutti hanno ragione e tutti hanno torto.
Come leggerete dalla Treccani la locuzione arriva dal solito Latino, nel caso specifico dal codice fallimentare romano. Negli anni '90 l'AGCOM emise una regolamentazione, per i passaggi televisivi e gli spot dei partiti politici in periodi elettorali, chiamandola "Disciplina della par condicio". Quindi la professoressa ha ragione, ma ha dato una spiegazione storicamente incompleta.
Come spesso succede in Italiano, una parola si cristallizza diventando una maniera di esprimere un concetto. Nel nostro caso par condicio, nell'Italiano moderno, indica una volontà a trattare pariteticamente due entità opposte o similari.  Così la parità di genere diventa par condicio tra uomini e donne e l'andar a trovare tutte e due le nonne diventa par condicio delle nonne. Quindi hanno ragione anche i genitori.
Per par condicio, speriamo che stasera Napoli e Juventus pareggino.
Il vocabolario Treccani scrive:
Par condicio ‹... kondìčio› locuz. lat. (propr. «uguale condizione»), usata in ital. come s. f. – Espressione desunta dalla frase del linguaggio giur. romano par condicio creditorum, che, in campo fallimentare, affermava il principio della parità di condizione dei creditori, cioè il loro diritto a essere rimborsati dal debitore fallito tutti quanti in uguale misura percentuale; introdotta negli anni Novanta nel linguaggio politico, è passata, nella sua formulazione ridotta, a indicare la condizione di parità tra soggetti del mondo politico nell’accesso ai mezzi di comunicazione di massa per propagandare le proprie idee (e poi usata anche con altri sign. estens. analoghi).

Bibliografia:

12 settembre 2017

Perchè si dice: "Cum grano salis".

Letteralmente "Con un granello di sale". In senso figurato "Fare qualcosa con buon senso" o con discernimento.
Quindi l'animatrice del C.R.E. intendeva dire che le idee del Carletto potevano andare bene, ma che andavano portate avanti pensando a cosa si stesse facendo, cercando di non farsi male o portare disturbo o pericolo alle altre persone

Difatti il Vocabolario Treccani scrive:
Cum grano salis locuz. lat. (propr. «con una presa di sale»). – Espressione, probabilmente adattamento della frase di Plinio il Vecchio (Nat. Hist. 23, 77, 3) addito salis grano «con l’aggiunta di una presa di sale», di uso frequente nel senso fig. «con un po’ di discernimento»: le sue parole vanno intese cum grano salis, non vanno cioè prese alla lettera.
Plinio parlava di un antidoto che per fare effetto andava preso con un pizzico di sale e senza esagerare.
Con buona pace dei medici, dal significato di questa frase latina, si può far derivare anche "Avere sale in zucca", cioè fare qualcosa con intelligenza.
Da qui si possono aprire due polemiche, una sociale ed una politica. La gioventù moderna ed i politici attuali non brillano certo nell'esibizione di discernimento o intelligenza. Tante notizie che si leggono sui giornali, si potrebbero evitare se ci si comportasse cum grano salis e tanto sale in zucca.

11 settembre 2017

Cum grano salis

Non so se vi ho detto, che oltre i PIA, ora c'è anche un PIC, piccolo illetterato cinese.
Poco dopo Ferragosto, sono stato abbordato da un cinesino, quando stavo comprando la cena dei porcellini d'India all'Eurospin di Bareggio. Il ragazzino mi ferma dicendo: "Signole, Signole, lei essele il signole che sclive il blog, dove spiega ai bambini quello che non sanno? Il Calletto dile che lei sapele tutto!"
Il Calletto, al secolo Carletto, è un esaltatissimo PIA di seconda generazione, nipote di un negoziante di Bareggio, che ritiene che solo lui sa cosa é  giusto fare, tra cui leggere le stronzate che scrivo!
Insomma qual'era il motivo del contendere? Sempre a causa delle convinzioni del Carletto, l'animatrice del Centro Estivo aveva detto che le cose andavano fatte "Cum grano salis".
Immaginatevi la disperazione del gruppo di ragazzini, che non sapevano cosa la tipa volesse dire. Il Carletto, che sa cosa é  sicuramente giusto, pontificò che era necessario cattare l'amico del nonno, per chiedere cosa volesse dire la bionda.
Girando tra gli scaffali gli ho spiegato cosa intendesse la tipa. Il ragazzino contento, si è  esibito in una decina d'inchini dicendo "Glazie, glazie" e la madre ringrazia pure lei aggiungendo:"Ha lagione la signola mamma del Calletto, Lei sapele ploplio tutto!"
Ad essere sinceri, se mi rapporto con la madre del Carletto, so proprio tutto. La signora si è sempre vantata, di aver passato la maturità, con tre calci in culo ed il sei politico. Per fortuna il figlio non ha preso da lei.
Plossimamente io spiegale che significa "Cum grano salis" anche a voi. Glazie a tutti i lettoli.

06 giugno 2017

Errare humanun est...

I piccoli illetterati amici diventano sempre più esigenti! Sempre a riguardo del post "I segni zodiacali", Commentando l'errore sull'orario di nascita, la professoressa d'informatica ha detto "Errare humano est, perseverare diabolico", senza spiegare cosa volesse dire. I ragazzini, per non passare per ignoranti, non hanno chiesto lumi. Il nipote di un conoscente mi ha mandato un What's up, chiedendo spiegazioni.
Partendo dal principio che il Latino della professoressa è molto macheronico, vediamo di spiegare.
La frase corretta è:"Errare humanvm est, perseverare autem diabolicum" , che tradotto in italiano suona come: "Commettere errori è umano, ma perseverare (nell'errore) è diabolico". A dir la verità la frase è passata alla storia senza "Autem", ma dato che se ne ignora l'origine, non è un gran problema.
Nella storia vi sono parecchie frasi molto simili, nell'antica Roma o nell'epoca paleocristiana, ma non si trova l'origine.
Il significato è che lo sbagliare è insito nella natura umana, ma che non si deve insistere nell'errore. Anzi bisogna trarre esperienza dall'errore, al fine di non ripeterlo.
Tutto qui! Sai quanta gente dovrebbe trarre insegnamento da questa frase? Se si applicasse la frase con umiltà si andrebbe sicuramente meglio.

Bibliografia:
Per la pagina Wikipedia, clicca qui.

05 giugno 2017

Errata corrige

I piccoli amici illetterati di nuova generazione sono molto illetterati e molto rompini. Meglio così, sarebbe peggio se non si facessero domande e si rincretinissero dietro a qualche Playstation o social.
La domanda di oggi è: "Cosa significa errata corrige?".
Errata corrige, come Lorem ipsum è una frase mutuata dal Latino ed usata in campo tipografico. Il significato italiano è: "Correggi le cose sbagliate", cioè è un avviso che nel libro o in un giornale, vi sono degli errori, di cui se ne è avuto notizia dopo la stampa.
In genere è un foglio aggiunto all'inizio o alla fine, che riporta pagina, riga, testo errato e testo corretto. Nei giornali è un box pubblicato nel numero successivo.
In Inglese si può trovare anche "errata corrigenda" (plurale neutro) o "erratum corrigendum" (singolare neutro), cioè "Cose errate da correggere".
Si trova anche la dicitura, macheronica e sbagliata, "Errata corridge", di ignota origine.
Molti giornalisti, molto di assalto e di poca cultura, lo scambiano per il "diritto alla rettifica", sancito dalle leggi sulla stampa.

Bibliografia:

24 maggio 2017

Gratis et amore dei

In Italiano "Per grazia ed amore di Dio", ma come si arrivato a gratuito, cioè qualcosa che puoi prendere senza pagare? Domanda fatta dalla nuova generazione di piccoli illetterati amici, alle prese con frasi latine, senza aver studiato Latino.
Non vorrei sbagliare, ma ho già trattato questo argomento. Non ho vogli di cercare e, poi, "repetitia juvant".
Di ignota origine, ma già nell'epoca cristiana, viene utilizzata per indicare l'ottenimento di un qualcosa, grazie all'intercessione di qualcuno. Con il passare delle epoche si è arrivato all'attuale significato di un qualcosa avuto senza alcun esborso economico, Con la velocizzazione della lingua italiana è rimasto solo la parola "Gratis", da cui deriva l'avverbio "gratuitamente".
In Lombardia si usa la forma popolare "A gratis", chiaro storpiamento dialettale. Sempre nel linguaggio popolare si trovano anche due versioni sintaticamente errate: "Gratis et amoris Dei" o "Gratis et amoris Deis".
Nella versione corretta, la frase viene messa in bocca a Renzo Tramaglino, nel capitolo XIV dei "Promessi Sposi".

Bibliografia:

10 aprile 2017

Perché si dice: "Repetita iuvant"?

Oggi andiamo sui latinismi, di cui si sta avendo un incremento dell'uso. Dato che nella scuola italiana non si insegna più il Latino seriamente, queste frasi sono usate spesso a sproposito senza conoscerne l'esatto significato. Molte volte il risultato è esilarante, ma sempre da un'idea del livello culturale della gioventù italiana.
Questa frase era proferita spesso da mio nonno paterno, per incitare noi nipoti, a continuare ad esercitarsi in tutto ciò che era inerente alla scuola.
In Italiano suona come "Le cose ripetute aiutano", quindi mio nonno aveva perfettamente ragione quando lo diceva. Un po' meno il Gesuita, che mi sono ritrovato come insegnante di Disegno Meccanico al Politecnico di Torino, quando mi bocciava all'esame, perché disegnavo con la sinistra, la mano del diavolo!

Il Vocabolario Treccani scrive:
repetita iuvant ‹... i̯ùvant› (lat. «le cose ripetute piacciono, giovano»). – Sentenza latina d’incerta origine, che si pronuncia spesso, nell’uso corrente, quando si sta per ripetere qualche cosa che già si sia sperimentata come piacevole, e talora in altro senso, per affermare l’utilità di ripetere una raccomandazione, un precetto, un ammaestramento.
In campo giornalistico, questa frase è usata con intenti dispregiativi, contro quei giornalisti che rilanciamo le cosidette "Fake news" o gossip che non hanno fondamento.
Domani vedremo un'applicazione di "Repetita iuvant" in questo blog.